Working paper 02. 2025

Napoli e Bari nella modernizzazione del Mezzogiorno tra Otto e Novecento

Antonio Bonatesta

Abstract

Napoli e Bari rappresentano due modelli antitetici ma strettamente interrelati di sviluppo urbano e regionale nel Mezzogiorno contemporaneo. Da un lato, la parabola discendente della grande capitale di un Regno dissoltosi con l’Unità; dall’altro, l’ascesa di una “città-regione”, capace di reinterpretare la propria funzione nello spazio del Mezzogiorno continentale e di immaginare forme di proiezione nel contesto nazionale e mediterraneo. Se Napoli incarna l’immagine di una modernizzazione incompiuta, ostacolata dalla persistenza di strutture di ancien régime e dall’incapacità di rigenerarsi come polo economico-produttivo e centro politico-amministrativo, Bari si propone come caso emblematico di costruzione identitaria attraverso una progettualità amministrativa e infrastrutturale, seppure dentro i limiti strutturali del Mezzogiorno.

Nel caso di Napoli, la perdita dello status di capitale ha avviato fin dalla fine dell’Ottocento un lento processo di de-funzionalizzazione urbana. A differenza di altre grandi città italiane come Milano, Torino o Genova, capaci di mantenere una proiezione nazionale ed europea, Napoli, con la perdita del rango di capitale, si è progressivamente ritirata in una dimensione regionale. Il giudizio critico che, già nel Settecento, gli illuministi avevano formulato su Napoli come città parassitaria – centro assorbente e ipertrofico a danno delle province meridionali – rimane centrale per comprendere la sua posizione nel nuovo contesto unitario. Il lungo elenco di prerogative accumulate nei secoli – centralità amministrativa e giudiziaria, monopolio universitario, primato portuale, fiscalità privilegiata – costituiva un’egemonia di fatto, a cui non corrispondeva però un ruolo reale di guida nello sviluppo del Mezzogiorno. Napoli ha svolto un’importante funzione come strumento della monarchia centralizzatrice, ma questo ruolo ha comportato profondi squilibri interni. L'afflusso di popolazione proveniente dalle province ha ad esempio alterato gli assetti sociali, gli equilibri demografici e la struttura urbana, trasformando la città in una complessa sintesi di tradizioni e provenienze dal Regno, difficile da governare. Per secoli unica sede universitaria del Sud, Napoli ha formato classi dirigenti meridionali e ha rappresentato il tramite principale con la cultura europea del Mezzogiorno continentale. Tuttavia, questa centralità intellettuale e simbolica si è scontrata con una persistente fragilità economica: la città, pur grandissima per popolazione, non disponeva di un adeguato apparato produttivo e mercantile, accusando ben presto una dinamica ritardataria rispetto alle città del Centro-Nord.

Il protagonismo napoletano si è sviluppato dunque su basi fragili. Il resto del Mezzogiorno non offriva risorse da valorizzare né Napoli fu capace di sviluppare un modello alternativo di crescita. In questo contesto, la borghesia cittadina – prevalentemente burocratica, professionale e legata all’amministrazione pubblica – finì con l’essere poco incline all’imprenditorialità, preferendo carriere garantite nei gangli dello Stato e la riproduzione del potere esistente. Come è stato scritto, la “via napoletana” all’imborghesimento fu, così, una forma di adattamento passivo alla marginalità economica del Sud, rifuggendo le sfide poste dalla modernizzazione (Galasso, 1987).

La fine della sua funzione di centro politico ha determinato il graduale disimpegno del Mezzogiorno dalla sua orbita, fino a restringere l’area di influenza reale alla sola Campania. Già nel primo dopoguerra, a valle delle prime forme di intervento speciale dello Stato – con la legge speciale del 1885 e quella del 1904 – Napoli appariva come una città sovradimensionata rispetto alle sue reali funzioni economiche, segnata da un urbanesimo non adeguatamente sostenuto da un’industrializzazione autonoma e da forme di capitalismo endogeno. L’intervento fascista, anche se caratterizzato da alcuni momenti di rilancio infrastrutturale, come la Mostra d’Oltremare o l’intervento dell’IRI, non ha risolto le contraddizioni di fondo. Al contrario, il secondo dopoguerra ha segnato una vera e propria frattura: alla devastazione materiale si è sommata una crisi strutturale, sociale e culturale, accentuata da un vuoto progettuale che ha permesso una speculazione edilizia selvaggia e un degrado amministrativo testimoniato emblematicamente dalla stagione laurina. A cavallo tra anni Cinquanta e Settanta del Novecento, Napoli ha vissuto una crisi identitaria che ha alimentato derive nostalgiche e simbolismi regressivi, fino a immaginare un’ipotetica antitesi politico-culturale tra Nord e Sud.

Al cospetto di quella napoletana, la traiettoria di sviluppo di Bari appare caratterizzata da segni differenti, in particolare da una centralità crescente nel contesto regionale e del basso versante adriatico. L’origine di questa trasformazione va ricercata non tanto nell’Unità, a cui la città diede un contributo marginale, quanto nel “breve Ottocento” che si apre a inizio secolo con il decennio francese e culmina con la crisi agraria di fine secolo (Salvemini, 1995). L’emergere di Bari è legato a tre processi convergenti. In primo luogo, la sua designazione a capoluogo di provincia, maturata nel quadro della riorganizzazione amministrativa compiuta dai napoleonidi e poi confermata dallo Stato unitario, le garantì un accesso privilegiato a infrastrutture, servizi e risorse pubbliche. In secondo luogo, l’introduzione dei frantoi meccanici da parte dell’imprenditore francese Pierre Ravanas (1796-1870) rese competitivo sul mercato internazionale l’olio prodotto nell’entroterra facendo di Bari uno snodo portuale di primissimo rilievo. Infine, il progressivo spostamento dei traffici marittimi e commerciali verso Bari, a scapito di porti storici come quelli del nord barese – Trani, Barletta – e di Gallipoli, ne consolidò la centralità nel sistema economico pugliese (B. Salvemini, A. Carrino, 2003).

La trasformazione fu rapida e profonda: la popolazione quadruplicò in settant’anni, il peso degli addetti all’agricoltura calò drasticamente e si sviluppò una classe dirigente urbana proveniente dal mondo dei traffici e del commercio marittimo. Questi negozianti, spesso ex marinai, seppero sfruttare la crisi della marineria tradizionale per costruire reti commerciali moderne, al centro delle quali si collocava Bari. Il loro potere si tradusse anche in controllo delle istituzioni locali, che si adattarono alla nuova realtà: dalla camera di commercio alla borsa merci, dal tribunale commerciale al Banco delle Due Sicilie, Bari si dotò di un sistema infrastrutturale e istituzionale adatto a sostenere il proprio sviluppo. Ma questa crescita non fu priva di contraddizioni. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, il circuito economico fondato sull’olio perse centralità, sostituito da dinamiche speculative, investimenti edilizi e intermediazioni finanziarie non sempre trasparenti. I benefici della crescita si distribuirono in modo diseguale: agli strati popolari immigrati rimase solo una marginalità compressa nei quartieri antichi o popolari, lontana dalla vetrina del Borgo murattiano. Anche la politica cittadina assunse forme sempre più clientelari, segnate da autoreferenzialità e gestione personalistica del potere.

Già dalla fine dell’Ottocento, dunque, Bari si affermava come nodo commerciale e amministrativo del nuovo Stato unitario, grazie a investimenti nelle infrastrutture portuali, alla costruzione degli assi ferroviari verso il Nord – ma anche alle diramazioni trasversali verso l’entroterra – e allo sviluppo di un’agricoltura specializzata e fortemente orientata alla commercializzazione. Il fascismo rafforzò questo processo: l’ascesa di figure come Araldo di Crollalanza (1892-1986), in grado di legare assieme le ragioni della periferia e quelle del potere centrale; l’istituzione della Fiera del Levante, dopo le prime sperimentazioni di inizio secolo; l’avvio di una politica di lavori pubblici di taglio urbanistico e il potenziamento delle funzioni terziarie fecero di Bari un modello di “fascismo urbano” basato sull’ambizione di una modernizzazione tecnocratica e autoritaria, volano per il consolidamento della propria egemonia regionale.

Ciò nondimeno, il fallimento del disegno imperiale del fascismo e la debolezza relativa dell’apparato produttivo dinanzi all’impatto della deflazione e della crisi mondiale post-1929 intervennero a definire, già nel corso degli anni Trenta, i limiti strutturali della sua crescita. Nel secondo dopoguerra, la città riuscì però a capitalizzare parte delle infrastrutture e degli enti creati in epoca fascista. L’Università, l’Acquedotto Pugliese e l’Ente per l’irrigazione e la trasformazione fondiaria di Puglia, Lucania e Irpinia diventano cardini di nuove forme di regionalismo burocratico, prima ancora della creazione delle Regioni a statuto ordinario nel 1970. In questo contesto si inserì la strategia dello sviluppo industriale per poli, che assegnò a Bari – assieme a Taranto e Brindisi – un ruolo centrale nel cosiddetto triangolo industriale pugliese. La vocazione direzionale e amministrativa della città venne così rilanciata nel quadro della modernizzazione repubblicana, sebbene anche qui emergesse, negli anni Settanta, la tensione tra crescita economica, coesione sociale ed equilibri territoriali tra aree industriali e aree interne (Masella 1995).

La struttura di questo paper ricalca dinamiche di medio-lungo periodo, adottando una periodizzazione fondata su cinque momenti chiave: le prime due sezioni si concentrano sui periodi compresi tra gli anni Quaranta e Settanta dell’Ottocento e tra gli anni Ottanta e la Grande guerra, quando si definiscono i tratti della crisi dell’egemonia di Napoli – che assume gradualmente i contorni di una questione meridionale e poi più specificamente “napoletana”, richiamando l’intervento perequativo dello Stato – e dell’ascesa barese come snodo regionale; la terza sezione è dedicata al periodo tra le due guerre e al regime fascista, con attenzione alle politiche pubbliche, alla riorganizzazione urbanistica e ai riflessi che le ambizioni imperiali e mediterranee ebbero sui progetti di sviluppo delle due città; la quarta sezione analizza il secondo dopoguerra e le trasformazioni legate alla ricostruzione, alla speculazione edilizia e all’emergere di nuove forme di governance tecnico-amministrative; infine, l’ultima sezione opera una ricognizione sulle tendenze più tarde – dagli anni Cinquanta ai Settanta – mettendo in luce sia la parabola regressiva di Napoli che il parziale consolidamento di Bari nel contesto dello sviluppo meridionale per poli industriali.

Il confronto tra Napoli e Bari consente quindi di riflettere su due traiettorie profondamente diverse. Napoli ha sperimentato una progressiva perdita di egemonia, schiacciata tra la memoria della sua centralità storica e la difficoltà a reinventarsi. Bari ha costruito una sua propria centralità, pur in un contesto segnato da persistenti squilibri e limiti strutturali. Entrambe le città mostrano, ciascuna a modo suo, le difficoltà e le ambizioni del Mezzogiorno nel tentativo di adattarsi alle trasformazioni dello Stato unitario e della modernizzazione italiana.